Lunedì 24 Giugno 2019
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PROFETI

  Amos
Giona
Profeti Giona Il Profeta Giona

 

Giona, in ebraico, significa “colomba”.

Figlio di Amittai e nativo nel Territorio della Tribù di Zabulon, Gat-ha-Hefer (Gat-Chefer), che attualmente viene identificata con il nome di Hirbet el-Zurra, nei pressi di el-Meshed, a quattro chilometri a Nord-Est di Nazareth, è stato, se così si può definirlo, un Profeta ribelle a Dio, recalcitrante, pauroso, lamentoso, sempre preoccupato di sé stesso.

È vissuto nel Secolo VIII a.C. e ha profetizzato tra il 783-753 a.C., quando a Samaria, Capitale del Regno settentrionale di Israele, governava il Re Geroboamo II.

Parlando del Profeta Amos, avevo esposto la vera situazione sociale, politico-religiosa ed economica, infarcita di floridezza economica e di ingiustizia sociale in quel determinato periodo. Quindi, oltre ad Amos e ad Osea, ecco che si fa sentire anche la voce del Profeta Giona, Profeta strano, Profeta della “fuga”, che non era minimamente una “rappresentazione” della Santità.
Infatti, la sua storia inizia con la disubbidienza e termina con una critica a Dio.

È conosciuto, soprattutto, per la sua peripezia in mare, per essere stato inghiottito da un grosso pesce ed è proprio da questo episodio che ha inizio la sua missione profetica.

Giona viene mandato da Dio a predicare a Ninive, che a quei tempi era una grande città, con più di 120'000 abitanti.
Era la Capitale dell’Impero dell’Assiria, situata sulla riva sinistra del fiume Tigri, di fronte a Mossul, nell’Irak attuale.
Città imperialista e popolata da abitanti di una tale crudeltà aggressiva da sfociare in una oppressione, mai vista a quei tempi, contro il Popolo di Dio.

Giona sapeva e conosceva la rivalità che Ninive nutriva per il Regno di Israele, suo acerrimo nemico e, quindi, all’invito di Dio, che gli disse:
“Alzati, va’ a Ninive, la grande Città, e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a Me” (Gn.1,2), lui reagì, ribellandosi, a questa esortazione del Signore Iddio.

Sono ormai trascorsi molti Secoli da allora, ma non è cambiato quasi nulla: l’Irak di ieri e quasi simile a quello di oggi, l’odio verso Israele perdura ancora.

Dopo la missione che Dio gli diede, il nostro Giona si diresse verso Tarsis - che era nella direzione opposta a Ninive – allontanandosi, di proposito, dalla Volontà di Dio.
Pagò il prezzo dovuto e si imbarcò a Giaffa (Jaffa-Yafo, l’attuale porto di Tel Aviv) alla volta di Tarsis (si presume che fosse situata nel sud della Spagna o verso la Sardegna, ma non è una certezza, considerando l’intera morfologia – formazione - geografica di quei tempi).

Durante il viaggio in nave, il Signore scatenò sul mare una grande tempesta, tanto che l’imbarcazione rischiava di sfasciarsi, sotto l’impeto delle onde.
I marinai dell’imbarcazione si affrettarono ad alleggerire la medesima e ad invocare il proprio Dio, affinché la tempesta si calmasse.
Nel frattempo, il nostro Giona, coraggioso com’era… andò in un posto più tranquillo a dormire profondamente, non preoccupandosi più di tanto per la tempesta in atto.
Questo comportamento, che sta a dimostrare l’incoscienza e l’insensibilità del personaggio, la ritroviamo in diversi passi nelle Sacre Scritture, in tempi e personaggi diversi.

Si prenda, come riferimenti:
Caino, dopo l’uccisione di Abele (Gen. 4,1-16);
Mosè, dopo la traversata del Mar Rosso (Num. 20,12-13; Salmo 106,6-7);
Abramo, nel cammino del Popolo attraverso il deserto;
Elia, nella sua fuga, “si corica e si addormenta” nella steppa, sotto la ginestra (1 Re. 19,1-8);
il Re Davide, che disubbidi a Dio e poi si pentì;
la predicazione di vari Profeti, di San Pietro e così tanti altri.

A questo punto, il Capo dell’equipaggio si avvicinò al nostro passeggero “fuggiasco” e gli disse:
“Che cos’hai, così addormentato?
Alzati, invoca il tuo Dio!
Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo”.


L’intero equipaggio disse:
“Venite, gettiamo le sorti per sapere per colpa di chi ci è capitata questa sciagura” (Gn. 1,6-7).

Tirarono a sorte, e la sorte cadde proprio su Giona.
E subito gli domandarono:

“Spiegaci, dunque, per causa di chi abbiamo questa sciagura.
Qual è il tuo mestiere?
Da dove vieni?
Qual è il tuo paese?
A quale Popolo appartieni?”.

Egli rispose:
“Sono Ebreo e venero il Signore Dio del Cielo, il quale ha fatto il mare e la terra” (Gn. 1,8-9).

Quegli uomini, presi da grande timore, gli chiesero:
“Che cosa hai fatto?”.

Vennero, poi, a sapere che Giona stava fuggendo da ciò che la Volontà del Signore si adempisse e gli dissero:
“Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che ora è contro di noi?”.

Giona rispose:
“Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare, che ora è contro di voi, perché io so che questa tempesta vi ha colto per causa mia” (Gn. 1, 10-11).

Giona fu gettato in mare dai marinai, i quali, allo stesso tempo, imploravano perdono al loro Dio per la scelta fatta.
E il mare placò la sua furia, con la meraviglia dei marinai stessi.

La Misericordia di Dio, però, entrò in scena, per l’ennesima volta, e dispose affinchè un grosso pesce inghiottisse Giona, il quale restò nel ventre del cetaceo tre giorni e tre notti, pregando il Signore, suo Dio (cfr. Gn. 2,1-10).

In seguito, Iddio comandò al pesce di rigettare Giona sull’asciutto della spiaggia e propose al Profeta, per la seconda volta, l’invito a recarsi a Ninive, per manifestare la Sua Volontà.

Finalmente, Giona si diresse verso Ninive e, arrivatoci, cominciò a percorrere la Città, in lungo e in largo, predicando:
“Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”.

Tutto Il Popolo credette a Dio, per mezzo del Profeta, e proclamò all’istante:
un ferreo digiuno – penitenza – e vestirono il “sacco” penitenziale, sia i grandi che i piccini e persino gli animali fecero la loro parte.

Dio si impietosì, considerando il loro ripensamento e, riguardo al castigo che avrebbe minacciato di attuare, decise di non renderlo effettivo.
Questa decisione, più che una scelta, di Dio non fece altro che provocare uno sconcertante disappunto nell’animo di Giona, il quale non gradì minimamente la Misericordia che Dio aveva elargito agli abitanti di Ninive, per salvarli dalla sua Giustizia e pregò il Signore Iddio in questo modo:
“Signore, non era forse questo che dicevo quand’ero nel mio paese?
Per ciò mi affrettai a fuggire a Tarsis, perché so che Tu sei un Dio Misericordioso e clemente, longanime, di grande amore e che Ti lasci impietosire riguardo al male minacciato.
Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché meglio è per me morire che vivere!” (Gn. 4,2-4).

E il Signore Iddio gli rispose:
“Ti sembra giusto essere sdegnato così?”.

Allora, Giona uscì dalla Città e, sostando a oriente di essa, si fece un rifugio di frasche e rimase in attesa di ciò che sarebbe accaduto in città.
Dio, durante la notte, fece crescere un albero di ricino, per la gioia di Giona e per ripararlo dal caldo torrido del giorno.
Il mattino seguente, all’alba, il Signore mandò un verme a distruggere l’albero, tanto da farlo seccare in breve tempo.
Il Sole, il caldo e la spossatezza infierirono sulla forza fisica del Profeta, tanto da fargli esclamare:
“Meglio per me morire che vivere” (Gn. 4,8).

E Dio, in risposta, disse:
“Ti sembra giusto essere così sdegnato per una pianta di ricino?”.

Giona aggiunse:
“Sì, è giusto; ne sono sdegnato al punto da invocare la morte!”.

Ma il Signore gli rispose:
“Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: e Io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?” (Gn. 4,9-11).



Questo Libro di Giona ci insegna, ancora una volta, dopo aver conosciuto i Profeti Amos e Osea, come la Misericordia e la Volontà del Signore hanno un tempo e un modo di attuazione:
non possono essere messi in discussione ed essere barattati con la nostra volontà, con il nostro opportunismo o con la nostra Fede, che tante volte Fede non è.

Infatti, oggigiorno, ci sono Cristiani che la pensano ed agiscono come Giona: invocano la Misericordia di Dio, affinché Egli faccia giustizia esemplare a causa delle angherie, i soprusi… che vengono perpetrati in tutto il Mondo, anziché implorare la Misericordia allo scopo di far comprendere ai fratelli lontani che siamo tutti figli dello stesso Dio e che tutti hanno l’opportunità di essere toccati dalla Sua stessa benevole compassione.

Verso la fine del 1999, diversi Cristiani “fanatici” attendevano, convinti, la venuta del Signore su questa Terra, affinché mettesse in atto la Sua Giustizia e nominasse i suoi presunti “eletti” della nuova Era.
Ancora oggi, esistono questi “Giona”, e sono tanti, che perseguono la via della Giustizia Divina “forzata”, affinché il Signore faccia quello che loro desiderano.
È una pretesa che va contro lo Spirito Santo.
La Giustizia di Dio segue sempre la Sua Misericordia, ma l’Umanità di oggi, di tutto ciò, non ha importanza.

Dio ha sempre riscontrato una particolare resistenza in ogni suo Profeta, a cui ha dato, per il suo temperamento, per la sua cultura, per i luoghi… una missione ben specifica.

Anche Gesù ha incontrato tantissimi “Giona” nell’arco del Suo cammino terreno, durante le Sue predicazioni ed Evangelizzazioni: il Nuovo Testamento ne è una conferma.

Il libro di Giona è tra i più letti e commentati, essendo il nucleo della vita dei vari Profeti.

Concludo con una affermazione di Emiliano Jiménez Hernandez, riguardo a Giona:

“… Questa narrazione è un racconto, ma questo racconto, con i suoi contrasti e la sua ironia, interroga costantemente l’ascoltatore o il lettore.
Ci provoca, mentre ci fa sorridere.
Senza che ce ne rendiamo conto, mette in discussione la nostra Immagine di Dio, per portarci a scoprire il vero Volto di Dio.
Dopo esserci divertiti con la “balena”, con le disavventure del povero Giona, con il digiuno degli animali di Ninive e con la sciocca irritazione del Profeta, ci resta dentro l’interrogativo:

Non siamo tutti un po’ come Giona?
Il nostro Dio corrisponde all’Immagine che ce ne facciamo?”

 

Piero FIORE